Eluana è morta. Non una, ma cento volte. È morta tra l'incudine e il martello, tra lo Stato e il governo, tra il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio. È rimasta schiacciata, non ha retto l'impatto. È morta, tirata violentemente per la camicia dalla Chiesa, strattonata, trascinata, consumatasi sull'asfalto da palazzo Chigi al Vaticano, dal Vaticano a palazzo Chigi. È morta nella strumentalizazzione politica, nella bomba ideologica che è esplosa, ha distrutto il tutt'intorno, e ora è destinata a lasciare solo un lungo, profondo silenzio. Di chi crede ancora nella libera libertà - "liberiamo la libertà!" -, e di chi l'ha amata. In vita, come ora.

Quel silenzio di rispetto l'ha chiesto proprio Beppino, il papà di Eluana. Nonostante io sia impossibilitato nella comprensione del dolore del padre costretto a portare sulle spalla la bara della figlia, e nonostante io voglia essere vicino sia all'uomo che è andato a confrontarsi con il costante dolore della vita, sia al cittadino che ha reclamato i propri diritti dallo Stato, penso che sia impossibile esaudire la sua richiesta.
Eluana è libera, ma non si può dire lo stesso per la nostra libertà: la legge si farà comunque, probabilmente negli stessi termini e con le stesse misure. Equivale a dire che la vita non sarà più un bene a disposizione del singolo, né il cittadino potrà più disporne liberamente. Avrà piuttosto le caratteristiche di quella che possiamo definire come una concessione statale, cui saranno previste precise limitazioni di natura giuridica sia sugli ambiti d'uso, sia sull'applicazione specifica di quell'uso.

No, io penso proprio che parlerò.


Non penso che tacere significhi rispettare Beppino ed Eluana. Tacere significherebbe offenderli: la loro battaglia allora sarebbe stata vana, perché domani chiunque altro potrebbe ritrovarsi nei loro stessi panni, con l'aggravante di essere vinti già in partenza nei confronti dello Stato, considerando l'impegno politico di questi giorni per colmare il vuoto legislativo vigente (hanno annunciato che la legge sarà pronta entro dieci giorni).
Paolo Borsellino esorterebbe: "parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene". Lui si riferiva alla mafia, ma la distanza fenomenologica non è poi così abissale come potrebbe sembrare di prima acchito: sono entrambe due situazioni a coinvolgimento generale, sia per quanto concerne la varietà del grado di interessamento all'amministrazione della polis - disinteressarsi al federalismo, ad esempio, non è consigliabile, ma è comunque tollerabile. Non reclamare il proprio diritto sulla vita, al contrario, non è minimamente accettabile, perché sta alla base di tutte le minuzie che compongono la nostra esistenza -, sia per quanto riguarda la stratificazione sociale. Entrambe logorano la natura intrinseca del cittadino dello Stato di diritto, e riescono a farlo proprio perché il cittadino è in quanto tale, cioè proprio perché l'individuo vanta una qualche sorta di relazione con le istituzioni da lui stesso riconosciute.
Piuttosto, partiamo da quanto è successo per parlare di un discorso molto, molto più ampio.

Parlarne, farlo oggi, non solo è giusto. È soprattutto doveroso. Che non sia, però, uno stupido chiacchiericcio, e non sto qui ad argomentare lo squallore dell'aver strumentalizzato un dolore che non ci apparteneva. Deve essere un parlare in virtù del riflettere, e un riflettere in virtù del ragionare. Il tutto, ovviamente, con il dizionario della lingua a portata di mano, poiché ognuno di questi termini ha uno e un solo preciso significato, nel nostro contesto così detto "civile": le bagarre parlamentari, le accuse di assassinio o i balordi che hanno tentato di bloccare l'ambulanza che portava Eluana alla clinica, sono tutti comportamenti simil-giungleschi.

Una discussione sul tema – sulla vita, sulla morte, sui diritti e sul Diritto - non è evitabile, sia per l'opinione pubblica che in sede parlamentare. Partendo dal presupposto che la vita si manifesta in molte forme a noi conosciute, e considerando la natura infinita dell'universo, se ne deduce che la vita può manifestarsi, potenzialmente, sotto infinite forme. Da qui, la necessità di un dibattito ampio e di ampio coinvolgimento, non limitato esclusivamente al punto di vista di un'etica religiosa - tanto meno quella di un'unica religione - o all'ideologia di un partito - tanto meno quella di un partito dalle idee poco chiare, e variabili a seconda del variare del consenso elettorale.
Ne conseguirebbe, diversamente, una conclusione unilaterale, inadatta alla risoluzione della questione e incapace di porre un'obiettiva regolamentazione della materia.
Non si tratta esclusivamente di una necessità obiettiva, ma anche di una questione di buon gusto: coinvolgendo anche il mondo medico - tanto per fare un esempio -, si eviterebbero le macabre affermazioni sulle capacità riproduttive di Eluana, che infatti abbiamo sentito. E per lo stesso e per altri numerosi motivi, perché non attingere anche alla conoscenze filosofiche, scientifiche, religiose - delle religioni, e non de La religione - e ai già punti di vista laici?
Dopo tutto, uno scienziato si limiterebbe nel definire la vita là dove esista, in un oggetto di studio, la capacità di riprodursi, di conservarsi e di relazionarsi con l'ambiente e con gli altri organismi che lo compongono. La definizione è presto imprecisa: anche un virus informatico possiede queste capacità, e ne possiede anche altre tipiche degli esseri viventi. Anche un cristallo di sale, se immerso in una soluzione salina super-satura (ovvero: si relaziona con l'ambiente), può riprodursi, generando un cristallo più grande. D'altro canto, il cristiano affermerebbe che la vita è Dio, e qui va a porsi il problema sia rispetto all'esistenza di altre religioni e altre forma di credenza – di quale Dio è la vita? -, sia alla permanenza del dubbio sull'esistenza di Dio, che andrebbe anzitutto smentita chiaramente prima di poter fare altre affermazioni sui suoi attributi. La questione, ovviamente, non è limitata esclusivamente a questi due poli: Mark Bedau, filosofo della biologia, afferma che "l'evoluzione non è soltanto una proprietà della vita. È ciò che spiega perché esistono tutte le altre proprietà. È l'essenza, la causa prima". Anzi, la definizione più coinvolgente e meno aderente ai soliti tecnicismi arriva dalla poesia, con Wallace Stevens che sostiene che "la vita consiste in proposizioni sulla vita". Non meno significativi potrebbero essere i punti di vista delle "persone comuni", ovvero di chi è slegato dalla ricerca e dalle arti di cui sopra, che certamente andrebbero innanzitutto a porre una differenza significativa tra il vivere e l'esistere - dopo tutto, chi conosce meglio la vita di chi la vive effettivamente?
Questo corollario di opinioni è difficilmente quantificabile: se come già detto la vita si manifesta in tutto, allora lo studio della vita investe automaticamente tutte le banche della categorizzazione disciplinare.
Si veda, allora, che tutte queste ipotesi sono necessarie, ma che nessuna di esse è sufficiente. Ovvero, nessuna è falsa, ma allo stesso modo nessuna è completamente vera. Sono solo una parte della verità, e ognuno di queste trova il proprio senso solo nell'unione complessiva di tutte le parti.
La voce in capitolo della politica, in questo senso, è solo una delle tanti parti, forse anche la meno significativa, certamente non l'unica, per cui bisognerebbe auspicare un dibattito capace di coinvolgere anche altri settori competenti.

Dunque, oltre alle coordinate spaziali della materia, che assume così un carattere interdisciplinare, si aggiunga a questo che le problematiche inerenti alla vita esistono da sempre - visto che il senso dell'universo da sempre si realizza nella realizzazione simmetrica della vita, potendo persino arrivare a dire che "la vita è vita" -, e che parimodo il vuoto legislativo esiste da sempre.
Tornando al caso specifico, lo stato di Eluana si è protratto per ben diciasette anni, e in ogni caso la sue condizioni erano note da mesi all'opinione pubblica, alla stampa e al mondo della politica. Venne persino segnalata nel 2004 alle istituzioni (tra cui il Presidente della Repubblica, allora Carlo Azeglio Ciampi, e il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi) con una lettera del padre pubblicata da Repubblica. In ogni caso, tramite Piergiorgio Welby e altri numerosi casi all'estero, è tornata ciclicamente di attualità, qualche mese sotto i riflettori, poi di nuovo nel buio. Non bastasse, a luglio dello scorso anno la corte d'appello di Milano attribuì a Beppino Englaro la facoltà di interrompere l'alimentazione della figlia, e dello stesso parere è stata la sentenza di novembre della Cassazione, con carattere definitivo (almeno formalmente). Si può dire, quindi, che l'ovvietà della sua fine era già stata fissata almeno da tre mesi, se non prima.
È allora chiaramente comprensibile l'inesistenza di una condizione d'urgenza sugli argomenti "vita e morte", "testamento biologico", “eutanasia”. Al contrario, ancora a dimostrazione: se l'uomo non si è mai rivelato capace di trovare una conclusione reale al problema, almeno da quando ha avuto gli strumenti per trattare argomenti così delicati, da una parte è dimostrata la non-urgenza della questione - perché, fosse diversamente, oggi saremmo comunque qui, ma non avremmo il rispetto per la vita che, almeno mi sembra, invece abbiamo -, dall'altra l'assurdità di voler sciogliere un nodo in due settimane, quando non ci si è riusciti nel corso di millenni, ancor di più volendo ignorare lo stadio d'avanzamento raggiunto dagli studi e dalle ricerche passate - la politica vuol fare da sé, ignorando bellamente tutti gli altri, credendo di poter trattare autonomamente qualsiasi materia.

Sul caso specifico, Silvio Berlusconi, mercoledì scorso, dichiarava di non aver nessuna idea su Eluana Englaro. Non è semplice interpretarlo, perché - in un modo o in un altro - prima o poi si smentisce, ma penso volesse dire di non essere a conoscenza delle condizioni della ragazza, e allo stesso modo di non avere una proposta politica per risolvere la questione. Mentre - suppongo - il primo problema non è stato nemmeno considerato (come affermato da una giornalista, le condizioni reali di Eluana erano ben diverse da quelle proposte dei media, e il padre lo aveva invitato personalmente a visitare la ragazza così che potesse prendere piena coscienza della situazione effettiva), il secondo è stato risolto in tempo record: delegittimazione delle istituzioni super-partes a fondamenta dello Stato e della natura democratica, sgretolamento dell'opposizione (il Pd si dividerà tra voto favorevole, voto contrario e astensione; Di Pietro voterà contro, i capogruppo dell'IdV a favore), colpevolizzazione e demonizzazione di Beppino Englaro, l'assassino - c'è sempre un capo espiatorio di turno, che comunque, in questo caso, va a dividere parte della sua colpa con il Presidente della Repubblica -, acquisizione dei favori della Chiesa e delle vecchie frangie democristiane – tuttora vive più mai -, presentazione di se stesso all'elettorato come il buon samaritano che - mosso non si sa da quale  fantomatica pietas - scende in campo, come fa sempre, per salvare vite umane.
Un insieme di immagini talmenti volgari da dare il voltastomaco.


A chi interessava veramente di Eluana? A nessuno, direi. Diversamente, tutti hanno approfittato (nel bene o nel male) del caso mediatico nato dalla vicenda umana. Dopo tutto, anche alla luce di quanto detto prima, che differenza c'è (da un punto di vista etico, scientifico, religioso e medico) tra questo e centinaia di altri casi analoghi che abbiamo conosciuto e non? Non ci si limiti nel pensare solo a Welby, i media non riportano tutti i casi. E che differenza c'è (stavolta nel rispetto per la vita, in tutte le sue manifestazioni) tra questo e milioni di altri casi dove l'uomo viene abbandonato a se stesso? Basti pensare ai senza tetto: loro non meritano un'assistenza alimentare? Certamente non parlo di sondini o di flebo, ma se si prende per vera l'idea secondo cui il cittadino bisognoso non può rifiutare che lo Stato lo alimenti come chiunque nutrirebbe se stesso (cibi genuini, almeno due pasti al giorno, dieta equilibrata), allora perché il senza tetto è costretto, al contrario, a rovistare tra la spazzatura e a nutrirsi degli avanzi degli altri? È una contraddizione – la prima, questa, di tante, oserei dire “forse troppe” -, è chiaro.
Ma le contraddizioni non si fermano qui. Buttata sul piano strettamente personale, non interessava nemmeno al Primo Ministro, Silvio Berlusconi: negli anni '80 sua moglie abortì al settimo mese di gravidanza, nel momento in cui venne a sapere che il figlio sarebbe nato diversamente abile. Altro che tutela della vita, altro che rispetto: persino al settimo mese, ovvero in un momento in cui in molti (se non tutti) possiamo concordare che già si possa parlare di vita a tutti gli effetti.
L'unico interesse resta sempre lo stesso, la delegittimizzazione degli avversari - non solo i partiti avversari, ma chiunque possa intralciare il suo cammino: delegittimare il ruolo del Presidente della Repubblica, ignorandone le competenze e i poteri; delegittimare la giustizia, ignorando una sentenza effettiva e legiferando in senso contrario; delegittimare la Costituzione, ignorandone i contenuti e ritenendola inadatta al nostro paese. Per i soliti, personali motivi. Anche se lui smentisce, ha più volte affermato di voler acquisire i poteri del capo dello Stato (non acquisirli lui personalmente, ovviamente, ma lui nel ruolo di Presidente del Consiglio), andando a realizzare quello che agli effetti sarebbe un presidenzialismo alla francese, che per ovvi motivi – a voi capire quali – noi non ci possiamo permettere.
Il trucco è sempre lo stesso. Fosse stato realmente mosso dalla pietas di cui si parlava prima, sarebbe intervenuto in tempo utile, almeno non appena fosse stata nota la questione. Non è un caso che, invece, abbia aspettato l'ultimo giorno, quando le preoccupazioni si sono radicate profondamente nell'opinione pubblica, quando è venuta a crearsi abbastanza suspense da permettergli un magistrale colpo di scena, uno dei suoi virtuosismi, tale da poter fare leva sull'emotività degli italiani, sempre pronti a piangere in queste situazioni realizzate ad-hoc. Insomma, la vita del Paese come una telenovela.

A chi interessava, allora? Al Vaticano, forse? Anche qui le contraddizioni si sprecano. È certamente difficile riuscire a capire come si possa avere certezza che le posizioni del clero siano sempre e comunque coincidenti con quelle del Dio cristiano.  Non tanto per il cristiano devoto, quanto più per il cristiano laico, nella certezza – almeno mia, ne sono certo – che le due cose (“devoto” e “laico”) non siano l'una la contraddizione dell'altra, semmai un completamento opportuno e di buon senso.
Io, me medesimo, Mirko Pagliai, voglio mettere in dubbio l'autorità papale, non essendo pienamente convinto che la sua parola sia necessariamente la stessa di Dio, ovvero che la volontà divina si dispieghi verso l'uomo attraverso questo personaggio inquietante. Questo luogo comune diffuso - e trascliamo accenni sul come e sul perché sia stato diffuso - vuol farci credere che il clero sia sopra le parti: non solo sopra le istituzioni statali, bensì persino sopra all'uomo in senso lato, sopra la sua coscienza e sopra la sua ragione e la sua fede. Nonostante all'atto pratico - mettiamo da parte la favola dello Spirito Santo, per favore, che può essere considerata solo nel merito di una valutazione scenografica - il Papa, essere umano, viene nominato da un gruppo di suoi simili, quindi loro stessi umani, il clero viene comunque assunto come una sorta di trascendenza divina, e le posizioni clericali vanno a costituire effettivamente dei dogmi religiosi, o generalmente un codice di condotta religiosa (sillogismo: il Papa parla a nome di Dio → chi non ascolta Dio finisce all'inferno → chi non ascolta il Papa finisce all'inferno). Tutto questo è accettabile in un contesto religioso visto da un'ottica religiosa, ovvero nel momento in cui il sacerdote si relaziona col credente e viceversa, visto che il secondo riconosce il ruolo del primo in virtù della sua fede. Ma in un contesto pubblico (dello Stato) visto da un'ottica laicasta, è chiaramente comprensibile come l'autorità clericale sia strettamente auto-referenziale. Questo almeno fino a prova contraria, ovvero fino al momento in cui Dio vorrà riconoscere pubblicamente la loro funzione di suoi portavoce, utilizzando però i canoni razionali generalmente accettati (se è il Papa a dire che Dio lo riconosce come suo portavoce, si cade nuovamente nell'auto-referenzialismo, dal punto di vista del laico. La nomina di un portavoce non può avvenire tramite il portavoce stesso).
Con tanto non si vogliono riconoscere le posizioni clericali come assolutamente non-aderenti alla volontà divina, né tanto meno il contrario (cioè che siano automaticamente dei dogmi). Piuttosto - come già detto - si vuol andare a porre il dubbio, e chiedersi se, all'interno della sfera pubblica, sia ancora possibile evitare di relazionarsi a-criticamente con queste posizioni.
Anche questa è una necessità non indifferente. Giovanni Paolo II rifiutò le terapie propostegli chiedendo: "lasciatemi tornare dal Padre". E proprio per via del "caso Englaro", qualcuno ha fatto notare come si trattasse più o meno dello stesso tipo di terapie, e che se fossero state applicate probabilmente Wojtyla oggi sarebbe ancora vivo (certo è che lui le ha rifiutate).
Ma siamo davvero sicuri che la morte non sia parte integrante della vita, e che piuttosto vada ad escluderla? E allora, perché, al contrario, il Papa afferma che il dolore – quello sì – ne fa parte? Fosse così, sempre per sillogismo, allora la morte e il dolore sono due cose diverse. I conti non tornano.
Non finisce qui. La posizione della Chiesa può essere semplicisticamente ridotta a "tutto, purché si eviti la morte". Se, ancora, questo venisse accettato a-criticamente anche dallo Stato, e se un giorno entrasse in commercio un farmaco dell'immortalità, saremmo costretti ad assumerlo tutti e indipendentemente dalla nostra volontà (sopratutto se il detto farmaco iniziasse a essere distribuito dopo la nostra nascita, dandoci quindi un'aspettativa di vita diversa da quella che avevamo fino al giorno prima). E non si dica che in questo esempio si sta parlando di qualcosa che andrebbe oltre la vita, perché anche le attuali terapie, se paragoniamo lo sviluppo delle nostre conoscenze mediche rispetto a quelle di qualche secolo fa, sono qualcosa che va oltre, almeno oltre il carattere naturale. Là dove si realizza la pretesa scientifica di modificare l'ordine naturale delle cose, automaticamente abbiamo un quid pluris nella materia, che non entra a far parte del sistema naturale ma che, semmai, va ad aggiungersi come un optional, comunque non indispensabile e comunque esterno.
È un continuo contraddirsi, una contraddizione contradditoria: se applico questo genere di terapia "aggiuntiva alla natura", evitando la morte naturale, allora rispetto della vita. Perché, invece, se ricorro alla fecondazione in provetta - altrettanto "aggiuntiva alla natura" -, evitando la nascita naturale, stravolgo la vita?
Si rifletta quindi attentamente sulla validità di queste posizioni, così come sul loro carattere dogmatico. E prima di applicare queste, si pensi piuttosto ad applicare quelle facilmente desumibili dai testi sacri, che hanno una maggiore possibilità di secolarizzazione e che sono ormai condivisibili anche sotto una visione laicista: perché si obbedisce ciecamente alle parole del clero - in virtù di quanto detto poco prima -, e invece si ignorano impliciti inviti contenuti nei Vangeli, come il perdono, la pietà, la compassione? Anche questo non ha senso, e faccio la battuta: sembrerebbe che anche il Vaticano, prendendo esempio dal buon governo italiano, ignori la sua costituzione (i testi sacri) affinché possa applicare la volontà del capo del governo (il Papa).

L'altra parte è molto più concreta e pratica: non è più tollerabile questa ingerenza del Vaticano, per tanti motivi. Il primo: esiste la libertà di confessione, se facciamo della morale cristiana un'etica comune, come si dovranno adeguare gli altri (altre religioni, atei, agnostici e così via)? Questo contraddirebbe - come avete notato, non è certamente la prima della lista, e ne seguiranno altre - la costituzione, che garantisce la suddetta libertà. Cosa succede se un'altra religione riconosce come peccato capitale l'accettazione delle terapie imposte, invece, dalla morale cristiana e dallo Stato? I testimoni di Geova, ad esempio, secondo la loro credenza non possono accettare la trasfusione del sangue. Non finisca qui: in questo modo, la religione perderebbe gran parte delle sue finalità e delle sue funzioni sociali: l'esistenza di più religioni finirebbe con il risolversi in termini di “il mio Dio, il tuo Dio” e di “il mio è più vero del tuo”, per non parlare di "il mio ha più ragione del tuo".
Il secondo: ha senso, sotto qualsiasi aspetto (anche religioso, quindi) vivere in uno Stato etico? Vogliamo fare dell'Italia uno stato teocratico e islamico, come per l'Iran, andando a sostuire la Cei alla Corte costituzionale (Ruini: "i pacs sono incostituzionali" - vedere, come ho già detto, che qui si tratta di auto-referenzialismo, in quanto la possibilità di esprimere una simile opinione è facoltà riconosciuta solo alla Corte costituzionale)? Fosse così, lo Stato andrà a fondare il diritto (per adesso, si limita a riconoscerlo - fortunatamente), e non si potrebbe più ragionare in termini di "tutto ciò che non è vietato, è concesso", piuttosto "tutto ciò che è concesso, non è vietato". Anche questo sarebbe contradditorio, in quanto - anche se non sono cristiano - non credo che per Dio il rispetto della vita consista nell'automatizzarla e nell'impostarla a priori – ovvero, appena nati, esser posti su un binario con stazione d'arrivo e stazioni intermedie già decise - , quanto più permetterle di svilupparsi liberamente e autonomamente, nelle più possibili sfaccettature – "viva la diversità!" -, in forme diverse tra loro, anche con la partecipazione dell'uomo.
Il terzo: come avevo già detto in difesa della legge 194, concedere a priori la libertà di coscienza sul merito non equivale né a concedere, né a negare. Piuttosto, a  demandare la decisione finale alla coscienza del singolo (il famoso libero arbitrio). Qui c'è una ingente mistificazione da parte del Vaticano, che vorrebbe far credere che riconoscere questa libertà equivalga necessariamente al concedere senza arbitrio. Uno studio del Diritto, disciplina concreta e dagli effetti tangebili, potrebbe aiutare a capire facilmente il contrario.

La conclusione, rispetto alle sue argomentazioni, è molto più breve. Se fin quanto detto fin'ora non dovesse piacere, si cambi la Costituzione, si cambino le caratteristiche dello Stato, si cambino la suddivisione e il riconoscimento dei poteri. Non voglio affrontare il discorso in termini di giusto o sbagliato, mi limito a riconoscere come necessaria questa esigenza qual ora qualcuno volesse affermare il contrario di quanto detto. Altrimenti, non continuiamo a contraddirci in virtù dell'esistenza di una serie di regole basilari che vanno nel verso opposto rispetto a quello che vogliamo affermare.
Ma - e qui concludo - si noti l'esistenza di un'altra, ultima contraddizione nell'argomentazione del nostro Primo Ministro a sostegno di questa necessità: la nostra costituzione, secondo lui, sarebbe di stampo filo-sovietico. Berlusconi si riferisce precisamente a quella costituzione che rimetteva tutti i poteri nella figura di Stalin. Il problema della nostra costituzione, al contrario, è l'esistenza di un'esagerata ripartizione del potere in tante figure istituzionali. È quindi vero il contrario: la nostra costituzione è fin troppo poco filo-sovietica. Grazie all'esperienza negativa del fascismo, dopo tutto, sussiste la speranza del non dimenticare che l'esempio più aderente all'idea hegeliana di Stato etico si è già realizzata. Nella dittatura fascista, appunto.

Quindi, parliamone. E continuiamo a parlarne.


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