La legge sul biotestamento viene approvata in Senato, ora la palla passa alla Camera. Il nome non illuda: di testamento biologico c'è poco, se non nulla. Solo l'argomento trattato (il periodo del fine-vita e le pratiche mediche da applicare nel periodo) è rimasto la stessa.
Sinteticamente, il paziente non potrà rifiutare l'idratazione e l'alimentazione forzata, che diventano quindi un obbligo e una prassi da subire. La dichiarazione anticipata di trattamento da parte del paziente è stata fortemente limitata, tramite un emendamento dell'Udc che ne ha fatto sparire l'obbligatorietà. Pari modo, ne è stata anche ridotta la validità, dai cinque (come deciso dalla Commissione sanità) ai tre anni.
Insomma, all'evidenza il cittadino non potrà più vantare nessun diritto a proposito della propria vita, che - come già descritto in un mio precedente articolo, Verso lo Stato etico - diviene di fatto un bene dato in prestito al cittadino dallo Stato.


Solito il teatrino parlamentare: Dario Franceschini torna ad appellarsi alla libertà di coscienza, facendone un pretesto per giustificare l'assenza di qualsivoglia forma di opposizione, ancor di più di un partito che possa seriamente definirsi di sinistra, cioè d'ispirazione strettamente laica; Maurizio Gasparri si autoproclama come difensore della vita, in particolare anche di quella di chi la dovesse pensare diversamente, nonostante riconosca - a suo modo di vedere - il carattere laico della legge. Ancor più stranamente, dichiara che il ddl risponde "ai principi che la Costituzione sancisce negli articoli 32 e 2", nonostante proprio l'articolo numero 32 dica chiaramente che "nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana" (cioè sfruttando l'eccezione per violare la regola); Antonio Di Pietro minaccia il referendum. Non è un politico e non è di sinistra, ma sembrerebbe sia l'unica cosa rimasta oltre il piangere; Ignazio Marino si appella alle parole di Aldo Moro, secondo il quale "non possono essere imposte obbligatoriamente ai cittadini pratiche sanitarie".

Intanto, il Vaticano alza i calici e brinda al successo. Certo, sarà pur vero che negli ultimi tempi il resto dell'Europa gli ha rivolto critiche (a proposito delle sue dichiarazioni sull'uso del preservativo, trattate in un precedente articolo) cui non c'era nessuna possibilità di risposta - eccetto il solito "bla bla bla" già conosciuto -, ma in ogni caso la roccaforte italiana regge ogni colpo e solidifica le mura, nonostante tutto.

Gli altri governi intraprendono una strada contraria, mentre la classe politica italiana disconosce il concetto di democrazia liberale, con buona pace per il nome di un partito che il partito stesso vorrebbe smentire: né popolo, ma una dirigenza di stampo aziendale, né libertà, ma tutto un insieme di imposizioni di stampo fascista.

L'ultima speranza è riposta nelle mani del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: vorrà far notare il carattere incostituzionale di questo testo di legge?
Augurandoci che l'esercizio delle sue funzioni non sia, per la seconda volta, la causa di uno scontro istituzionale e il motivo per una delegittimazione della Costituzione.  Un'altra volta sullo stesso argomento, no, per favore, almeno un po' di fantasia.


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